EL: il Napoli mette le ali ed ipoteca i quarti di finale. Il Salisburgo...

08.03.2019 09:05 di Riccardo Fusato   Vedi letture
Fonte: corriere dello sport
EL: il Napoli mette le ali ed ipoteca i quarti di finale. Il Salisburgo...

Una Sacher, please: e sembra sia possibile gustarsela, però senza esagerare, perché persino in un 3-0 si nasconde un retrogusto amarognolo che indurrà alla cautela. L’Europa (League) è perfida, lascia sempre una porta socchiusa, con fantasmi che si nascondono nella penombra: il Napoli sa che tra un’ora mezza ci saranno i quarti, li ha in mano, però per arrivarci dovrà soffrire a oltranza, dovendo rinunciare ai muscoli e ai centimetri di Koulibaly e Maksimovic (squalificati) e con Albiol che potrà soltanto imprecare contro il destino, per quel ginocchio che l’ha costretto a starsene in poltrona da un bel po’: resteranno Chiriches e Luperto, soltanto loro, a fungere da guardiani del sogno. Però c’è una opzione, e si nota, e viene allungata in una di quelle serate in cui il calcio diviene magnetismo e rapisce chiunque ne abbia voglia davvero di lasciarsi andare: il Napoli è di un’eleganza incantevole, fonde le due fasi, esprime la sua filosofia dandosi ampiezza e furore, ne fa tre e ne sbaglia almeno altrettanti clamorosi, ringrazia il fenomenale Meret che fa impazzire di rabbia Guldbrandsen ma si accomoda nel suo ottimismo con umanissima prudenza.  
 
Il Napoli è stellare, in quell’ora abbagliante che precede una breve (e pericolosa) eclissi: ci vogliono otto minuti appena - tra il decimo e il diciottesimo - per sublimare le idee di Ancelotti ed esporle in larghezza e in profondità. La sintesi è nella diversità dell’uno-due che sa di opzione morale sui quarti di finale: nell’1-0 c’è il talento che Zielinski e Mertens sfoggiano, dopo che il polacco ha rubato palla sulla trequarti e il belga, con veronica, ha aperto la difesa austriaca per andare a liberare Milik, un ballerino finta ed appoggio; e nel 2-0 c’è altro, la fisicità nell’occupare il campo, l’indemoniata pressione collettiva che porta sette uomini nell’area altrui, tra cui Fabian Ruiz con la sua volé fatata.  
 
Eppure il calcio sa pure disorientare, perché il Salisburgo s’è lasciato temere nel suo ruvido e indemoniato avvio, seicento secondi di corsa su chiunque osasse uscire da là dietro palla al piede, e poi lasciandosi dondolare da Wolf sulla trequarti, da Lainer a destra, dal coraggio degli impavidi incapaci di starsene dietro la linea usata come trincea e comunque di crederci. La giacca di Rose vola via quando la difesa si allarga, si spacca, si perde, però prima c’è stata modo di stropicciarla (16') sul gol di Daka - ispirato dall’errore di Maksimovic - cancellato giustamente per un fuorigioco poco più che millimetrico. Poi diviene prima cuore (con lo «scellerato» Onguené che riproduce il Niccolai del Terzo Millennio con un’autorete «leggendaria», in volo) e poi batticuore: Mertens sciupa, Callejon si vede strozzare l’urlo da Ramalho, Milik sfiora un palo e il Salisburgo rimane pallido, quasi improbabile in difesa, sino a quando non infila Gulbrandsen (con Mwepu) e costringe Meret ha mostrarsi per intero, geniale e prodigioso, soprattutto al 45'.